Il terrorismo gastronomico dell’abbinamento cibo vino
Esiste una specifica categoria
umana convinta che il vino giusto per un piatto debba nascere rigorosamente nel
raggio di dodici chilometri dalla cucina che lo produce. Non undici, non
tredici: dodici.
Sono gli stessi individui che
riescono a trasformare una piacevole cena tra amici in un convegno catastale
sul terroir, parlando di abbinamento gastronomico con l’entusiasmo emotivo
di un geometra davanti a una planimetria.
Se vi è capitato di imbattervi
nei tipici “esperti di provincia”, sapete esattamente di cosa parlo. Il loro
punto fermo è l’imposizione a ciascuna portata di una corrispondenza
geografica granitica, esageratamente territoriale. Un chilometro in più e
il castello di carte crolla. Il problema è che tutto questo fa a pugni con la
realtà: la cucina non è una scienza esatta, e non lo è nemmeno l’arte di
connettere al palato cibo e vino in maniera soddisfacente. Eppure, a un certo
punto, l’abbinamento è diventato una forma, nemmeno troppo lieve, di terrorismo
psicologico.
La cosa più esilarante? Questi
autoproclamati soloni del calice, pronti a pontificare in ogni dove, non si
accorgono che applicando alla lettera questa dittatura del territorio stanno
semplicemente servendo, su un vassoio d’argento, il più deleterio e polveroso
dei luoghi comuni: la versione enologica di Pizza, Spaghetti & Mandolino.
L'apice di questa filosofia la
verifica quasi quotidianamente quando parlo con gli amici, perché tra amici, i
discorsi, vanno a confluire sempre su cosa mangi e bevi o su cosa hai bevuto e
mangiato.
Questi discorsi avvengono
quasi sempre su una panchina dell’assolata piazza IV novembre, dove il convinto
sommelier di turno, tra la declamazione di un piatto o di una pietanza
particolare discetta di abbinamenti insindacabili con precisione millimetrica di
un geometra. Sentirlo spiegare che un piatto perde la sua anima se abbinato a
un vino che ha attraversato il confine provinciale è stata una chicca degna di
nota.
Certo, cercare un itinerario
meramente locale nell’abbinamento cibo-vino non è scorretto, e nemmeno
fuorviante. Spesso è anche divertente.
Ma quando si passa dalla
curiosità culturale agli principi indiscutibili, c'è qualcosa che non va.
Io proprio non lo sopporto
e ogni volta che questo Solone prova a
misurare con il righello la distanza tra il vostro piatto e la vigna, faccio un
respiro profondo e gli ricordo che il palato è un porto libero, non un ufficio
delle imposte, e che un grande vino da un'altra regione, o persino da un altro
paese, non è un'infrazione al codice della strada, ma semplicemente un atto di
libertà.
Mangiare e bere dovrebbero
essere una forma di felicità, non un esame di maturità con il sommelier
che ti guarda storto perché hai osato bere un rosso dove il regolamento
prevedeva un bianco.
Stappate e bevete ciò che vi
rende felici e lasciate le planimetrie ai geometri e a tal proposito riporto quanto riferitomi da un vero
sommelier dopo una digressione sulle diverse tecniche di vinificazione: If you
like it, it's good!



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